Articoli e comunicati vari si sono susseguiti circa i fatti del 15. Ci è
sembrato che da molte parti si ponesse l’accento solo su quanto accaduto e non
sul perché. Troppe parole sono state scritte sull’assemblea, sul corteo e sul
rettorato senza neanche una riga che cercasse di contestualizzare il tutto.
Nessuno ce ne voglia, dunque, se proviamo a fare chiarezza. Il 22 settembre
centocinquanta studenti si sono riuniti a Lettere per discutere della riforma
Gelmini; da quella assemblea è nata l’Assemblea Permanente di Lettere e
Filosofia.
Nell'ultimo mese ogni corso della facoltà è stato interrotto
ripetutamente e si sono svolti cortei interni, appropriazioni di spazi della
facoltà e via dicendo. Tra le altre cose, in questo mese di impegno, abbiamo
prodotto un documento e costruito l'assemblea pubblica del 15 che ha visto la
partecipazione di centinaia di studenti. Solo inserito in questo quadro di
costante discussione e di lotte questi fatti possono trovare una
spiegazione. La contrarietà degli studenti e della stragrande maggioranza di
chi vive l’università è evidente; non basterebbe però, da sola, a chiarire il
dispiegarsi di una simile mobilitazione. L'insegnamento che apprendiamo, dunque,
dalla giornata di ieri è che occorre lavorare con metodo, diffondendo la
mobilitazione in tutte le facoltà ed evitando di far riferimento soltanto a noi
stessi.
Detto questo, i fatti sono ormai arcinoti. L’assemblea ha ribadito la
propria contrarietà all'ingresso dei padroni nelle università. In seguito ci
siamo mossi in corteo per le vie del centro per poi irrompere al rettorato dove
abbiamo richiesto l'interruzione dell'attività accademica. Come ci aspettavamo
il rettore ha respinto le nostre richieste. Ci regoleremo di conseguenza.
Già il 16 il blocco dei corsi e delle attività, nei vari Corsi di Laurea di Lettere
e Filosofia è stato finalizzato a raccogliere gli studenti in un’assemblea
autorganizzata tenutasi nel cortile di Porta di Massa, che ha visto la
partecipazione di un centinaio di studenti.
Abbiamo già in cantiere prossime scadenze che culmineranno con il corteo studentesco del 21 per la visita all’Unione degli industriali di Berlusconi e della Mercegaglia.
Saluti di guerra...
Questo è un
link di Repubblica con dei video e delle foto del 15 http://napoli.repubblica.it/multimedia/home/3302165
Assemblea permanente di Lettere e Filosofia
Al ritorno dalle vacanze, una sorpresa c’era ad attendere gli studenti: il disegno di legge 137, che sancisce un’ennesima modifica al sistema universitario, stavolta ad opera del ministro di centro destra Gelmini. Ma si tratta davvero di qualcosa di nuovo?
Niente di nuovo! Siamo di fronte ad un passaggio di un più vasto progetto che a livello europeo investe il mondo della formazione e che sia centro destra che centro sinistra stanno portando avanti da circa 10 anni: il processo di Bologna. Frutto della dichiarazione di intenti dei paesi europei in materia di formazione, si occupa di mettere in pratica la linea guida dettate dall’Unione Europea: “rendere l’Europa l’economia più competitiva al mondo basata sulla conoscenza”. Le basi del raggiungimento di tali obiettivi sono stati l’introduzione del sistema a 2 cicli e dei crediti formativi (ECTS).
Si è letteralmente spaccata la formazione universitaria col sistema del 3+2; si sono inseriti diversi livelli di selezione tra ogni “gradino” formativo; si è deciso di affidare la valutazione delle conoscenze ad un modello caro ai supermercati: la raccolta punti, dove i punti sono “crediti formativi”; corsi, esami, studio…ritmi entro i quali chi ad esempio lavora riesce a stare davvero con gran fatica.
Negli anni di riforme che si sono susseguite, un’altra parola d’ordine è diventata ormai all’ordine del giorno per le università: l’autonomia. Del resto l’economia della conoscenza non può essere competitiva se non vi sono alla base università che entrano in competizione tra loro, accaparrandosi più studenti, più fondi, più contatti con i privati, insomma, più profitti. È ancora recente il contributo che Confindustria ha prodotto per suggellare la collaborazione delle aziende con le università.
Ci troviamo di fronte ad un sistema che stabilisce una gestione aziendale delle università, basandosi su un’autonomia che riguarda due aspetti fondamentali: gestione e didattica. E questo processo non è cosa nuova, la cui colpa non è imputabile solo a Berlusconi e ai suoi... l’autonomia insieme con i primi processi di trasformazione del sistema formativo risalgono alla riforma Berlinguer-Zecchino del 1999 e si inseriscono in un solco ben tracciato: il sistema formativo si deve trasformare per essere più funzionale alle esigenze di un mercato in continua evoluzione (…sarebbe meglio dire crisi?!). ovviamente questa maggiore funzionalità non si traduce affatto in maggiore possibilità di trovare lavoro una volta finiti gli studi…le statistiche parlano chiaro!
Le trasformazioni sono in atto da tempo, nell’università come nelle scuole.
L’aziendalizzazione dell’università e la privatizzazione di enti e servizi che garantivano un seppur minimo diritto allo studio sono solo due facce di una stessa medaglia.
Vediamo, adesso nello specifico, alcune trasformazioni che ha subito o sta subendo l’università e le conseguenze (sempre nefaste?!) per noi studenti:
Nuovissimo ordinamento, 270 & allegato A: All’inizio di quest’anno abbiamo assistito alla nascita dell’ennesimo ordinamento didattico. Ordinamento che prevede una serie di agevolazioni per gli studenti, cercando di mettere una toppa al fallimento del classico 3+2 nell’ottica di più completa realizzazione dei dettami del processo di Bologna: gli esami diminuiscono drasticamente sia alla triennale che alla specialistica, modificando così anche i ritmi (corsi da seguire, esami da sostenere) cui lo studente è sottoposto. Ma insieme a questo il decreto contiene altrettante insidie, prima tra queste l’allegato A, in cui si fa esplicito riferimento all’inserimento di prove d’ingresso per l’accertamento di prerequisiti minimi e eventuali debiti formativi. Dopo mesi di botta e risposta con il rettorato, siamo arrivati ad una formulazione molto più blanda di questi famigerati test d’ingresso per l’intero ateneo: si tratta di test di autovalutazione da compilare al momento dell’immatricolazione che consigliano il percorso di studi e eventuali lacune.
Questa formulazione di basso profilo rispetto ai criteri del decreto, non può però impedirci di notare l’evidenti finalità del decreto:inserire diverse barriere all’accesso dello studio universitario.
Si noti che la responsabilità dell'introduzione dell'Allegato A è di Mussi ministro del centrosinistra, l'assoluto silenzio sull'operato di questo governo la dice lunga sugli interessi di chi si scandalizza per le ingiustizie solo quando non è al governo.
Ddl 112 e riforma Gelmini:: Per quanto riguarda l’università è nel ddl 112 che troviamo le novità più “interessanti”. Questo governo ha deciso di far fare al processo di aziendalizzazione e privatizzazione del sistema formativo un’ulteriore passo in avanti
· La possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni modifica notevolmente la realtà universitaria a cui siamo abituati. Le fondazioni rientrano nell’ambito del diritto privato, e quando una cosa diventa privata… non è più pubblica!!! Le logiche del profitto, degli utili e della produttività che già si insinuavano nelle maglie accademiche (attraverso le convenzioni con i privati, il sistema dei crediti, la privatizzazione degli enti per il diritto allo studio, etc) stanno trasformando completamente l’università, rendendola più utile al nuovo mercato del lavoro. Le fondazioni potranno dunque A) gestire enormi capitali secondo i propri interessi B) rimodellare i rapporti di lavoro interni alle università all’insegna di contratti di diritto privato (cioè inserire a pieno titolo la precarietà, driblando i contratti collettivi nazionali), proprio come in qualsiasi azienda, cui saranno soggetti il personale dipendente dalla fondazione (professori, ricercatori, personale amministrativo ecc.)
· I tagli per centinaia di milioni di euro al FFO (fondo di finanziamento ordinario) aggravano la già pessima situazione economica degli atenei, costringendo a dover cercare altrove ulteriori fonti di finanziamento. La conseguenza di questo processo è ovvia: le università si rivolgeranno alle aziende private che però, non le finanzieranno certo mossi da un amore per la cultura. I privati entreranno nella gestione amministrativa degli atenei (Un punto del regolamento amministrativo della Federico II già prevede la presenza dei privanti in consiglio d’amministrazione). Alla disperata ricerca di denaro gli Atenei italiani si volgeranno, però, anche verso le nostre tasche; i senati Accademici di molte università italiane prevedono entro i prossimi cinque anni un aumento mostruoso delle tasse universitarie.
· Le limitazioni imposte sul turn-over del personale ( 1nuova assunzione ogni 5 pensionate fino al 2012) ci dimostrano come le logiche del precariato siano ormai presenti a pieno regime nel sistema universitario
· Segnaliamo anche la sospensione della SIS o SICSI che di fatto getta nell’incertezza tutti laureati che avevano una qualche vaga aspettativa lavorativa nell’insegnamento…ma non possiamo non sottolineare quello che rappresentava
Il decreto Gelmini, nello specifico, si concentra, invece, sulle scuole: maestro unico, voto di condotta, tagli al personale e ai finanziamenti sono solo alcuni dei cambiamenti introdotti dalla ministra…ma come non vedere una continuità tra questi 2 provvedimenti e tra questi ultimi e tutti quelli che negli anni li hanno preceduti (indipendentemente dal colore del governo che li emanava).
Scuola e università sono sotto attacco: dobbiamo rispondere!
Quali garanzie hanno perso gli studenti? Che fine ha fatto il diritto allo studio
Uno dei momenti più importanti per la vita dell’Università (e soprattutto per chi la vive) è stata di sicuro il cambio di denominazione dell’Edisu in Adisu. Dietro la modifica di una sola vocale in realtà si cela una trasformazione di ampie dimensioni e di grandissima importanza. L’Ente per il diritto allo studio si trasforma infatti in Azienda per il diritto allo studio, sancendo definitivamente la sua natura e la sua funzione. Questa trasformazione è un dato evidente del processo di privatizzazioni e aziendalizzazione che attraversa l’università europea e che prosegue senza alcuna alterazione di governo in governo. Ovviamente, e questo è sotto gli occhi di tutti, di diritto allo studio non è rimasto proprio nulla in questo processo.
La scomparsa di luoghi di aggregazione, di critica e confronto quali mense, aule studio, e residenze per fuori sede, non è stata casuale.
Tali privatizzazioni hanno volutamente privato gli studenti di qualunque diritto, in nome dell’aziendalizzazione, del profitto e della selezione. Cancellare la possibilità di avere una borsa di studio, un pasto gratis, dei libri significa impedire, a chi non può permettersi tutte queste cose senza essere costretto a lavorare, di non riuscire sostenere i ritmi assurdi che l’università sempre più impone.
Quelli che seguono sono solo alcuni esempi di carenze e disservizi che, in qualunque modo li si presenti, non riescono a disegnare veramente la rabbia di chi ogni giorno si vede privato di un proprio diritto. Soprattutto se devi subire, oltre al danno, la beffa dei 62 euro di tassa regionale la cui destinazione appare impossibile da spiegare!
Il 27 novembre del 2001 il consiglio d’amministrazione dell’EDISU (ora ADISU) votò con l’assenso dei “rappresentanti” degli studenti, capeggiati da Francesco Borrelli, la chiusura di mense e residenze. Chiusura imposta, a detta dell’EDISU, da esigenze di adeguamento alla norma 626 sulla sicurezza. La realtà era però fin da subito evidente a tutti. Si avviava un processo di privatizzazioni e esternalizzazioni, ovvero, l’entrata dei privati nella gestione dei servizi universitari, scardinando il servizio pubblico a favore della logica del profitto a scapito di tutti gli studenti lavoratori, precari e fuori sede.
Visti gli evidenti problemi di spazio, cercheremo di spiegare in poche righe in cosa consiste il processo suesposto. La gestione della mensa, dati e bilancio alla mano, è stata gestita in maniera appositamente criminale, affinché essa risultasse un peso non più sopportabile per le casse regionali. Si è dunque proceduto a chiudere la mensa di Via Mezzocannone adducendo scuse logistiche. In questi 7 anni (niente male per dei lavori di adeguamento!) il servizio mensa è stato affidato a ristoranti privati tramite alcune convenzioni. Il risultato è stato:
1. La diminuzione dei numeri di pasti al giorno
2. L’aumento dei prezzi
3. L’abbassamento del livello qualitativo
Questi dati si spiegano facilmente se si considera che i privati, per nulla inclini a considerare il nutrirsi un diritto degli studenti, si preoccupano di riuscire ad intascare il più possibile dall’Università.
All’epoca gli studenti si mobilitarono con tutte le loro forze, occupando e autogestendo la mensa, occupando le residenze (anche nel periodo di natale, senz’acqua e luce!), organizzando un corteo (brutalmente caricato dalle forze dell’ordine) e mettendo in discussione l’intero sistema formativo e tutto ciò che concerne privatizzazione e aziendalizzazione.
Dopo la chiusura della mensa di Mezzocannone si provvide anche a chiudere quella di Fuorigrotta, nonostante la forte mobilitazione degli studenti di Monte Sant’Angelo.
Oggi di queste fantomatiche residenze si sa ben poco, sembrano quasi non esistere, e della mensa invece son anni che si paventa una riapertura… sempre però esternalizzando i locali e affidandola rigorosamente ai privati. Intanto, la situazione degli affitti agli studenti fuori sede continua a peggiorare. Il costo di una singola si aggira intorno ai 300-350 euro, per lo più in case fatiscenti e superaffollate. Ma la nostra fantastica azienda per il fantomatico Diritto allo studio ha saputo fare anche di meglio: Per poter ottenere la borsa di studio uno studente fuori sede deve presentare il contratto d’affitto! Evidentemente questi signori vivono fuori Napoli visto che fanno finta di non sapere che il contratto d’affitto nella nostra città non esiste.
L’università d’altra parte ha di fatto continuato a perseguire logiche aziendali, di cui oggi l’ultima riforma di governo di centrodestra rappresenta solo l’ultimo passo.
Continuando il viaggio all'interno della travagliata esperienza della vita universitaria riscontriamo un problema che, in prima istanza, appartiene a tutta la città ma che colpisce in maniera crescente gli studenti e sopratutto gli studenti fuori sede o che sono costretti a raggiungere Napoli dalla periferia o da altre provincie: i trasporti. Senza volerci dilungare sulla qualità del servizio, la problematica che più stringente per noi studenti è il costo di tale servizio che per alcune tratte si fa proibitivo. Gli studenti non residenti rispetto ai residenti pagano ben 60 euro in più l’abbonamento annuale, spesa che si somma all’affitto, ai libri di testo e a tutte le spese per il sostentamento.
Le borse di studio che dovrebbero agevolare lo studente nel suo percorso formativo sono erogate dall’ADISU ed i fondi destinati da tale azienda alle borse di studio sono esigui. Ciò porta a poter rientrare nella categoria degli studenti idonei ma non assegnatari o meglio studenti che hanno vinto la borsa di studio ma non riceveranno alcun sussidio perché i fondi non bastano. Tutto questo premettendo che si sia riusciti a reperire le scarse informazioni e la modulistica per partecipare al bando di concorso. La stessa azienda, istituita con lo scopo di rimuovere gli ostacoli economici e sociali dello studente, dilapida risorse in iniziative “culturali” grottesche e irritanti (ma che gli portano un congruo appoggio politico di studenti arrivisti e leccaculo). Possiamo dare alcuni esempi di finanziamenti elargiti da Federico II ed Edisu: Per organizzare il concorso Reginetta dell’Ateneo vanno ad un’associazione “culturale” più di settemila euro; Confederazione degli studenti ha votato a cuor leggero la chiusura e la privatizzazione di mense e residenze e poi si è fatta dare seimila euro per fare il calendario delle studentesse; potremmo andare avanti a lungo ma preferiamo concludere con la nostra preferita tra tutte le iniziative sedicenti culturali: “alla scoperta dell’asinello bianco dell’Asinara” per cui
Insomma personaggi ambigui e meschini di destra e “sinistra” fanno il gioco delle tre carte senza nessuna vergogna. Da un lato predicano la necessità di nuovi spazi e di servizi, dall’altro rubano migliaia di euro sottraendoli a noi tutti.
“L’indifferenza è il peso morto della storia.
L’indifferenza è abulia, è parassitismo,
è vigliaccheria non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia.
E’ la materia bruta che strozza l’intelligenza.
Vivo, sono partigiano perciò odio chi non parteggia.”
A. Gramsci
Non occorrono giri di parole. Siamo stanchi di fronzoli, di coperture e di esitazioni che da troppe parti vediamo venire. In questi mesi abbiamo assistito al processo di legittimazione della violenza verso il diverso, della giustificazione dell’odio razziale, della complicità con l’omicidio.
E’ sempre più evidente che in una società razzista e basata sullo sfruttamento, qualsiasi voce fuori dal coro debba essere ridotta al silenzio con ogni mezzo. L’impunità perennemente garantita ai fascisti d’ogni latitudine e alle loro infami e vili aggressioni, non deve sorprendere. Oggi come ieri questi vigliacchi non fanno altro che il lavoro sporco di chi opprime e affama.
Ecco dunque che il brutale assassinio di Nicola a Verona diviene una “rissa”; così come una “rissa” diviene l’aggressione alla Sapienza con spranghe e coltelli. Abbiamo assistito alla giustificazione da parte di tutte le forze politiche, della violenza del Pigneto contro gli immigrati, in nome di una legittima difesa del proprio territorio degli italiani contro gli extracomunitari. La stessa musica abbiamo sentito suonare per lo sgombero dei campi rom.
All’assoluta impunità di cui godono i fascisti assassini, fa il paio la brutale repressione che ormai quotidianamente si dispiega contro chi si batte nel proprio territorio, sul posto di lavoro, nelle proprie scuole o facoltà. Per fare solo alcuni esempi, ricordiamo che uno degli studenti aggrediti a La Sapienza, Emiliano, è tutt’ora agli arresti domiciliari, che le uniche risposte alle legittime rivendicazioni della popolazione di Chiaiano sono stati manganelli e galere, che nei giorni scorsi a Napoli 4 ragazzi/e sono stati condannati con la sola accusa di aver distribuito dei volantini antifascisti. E’ sempre più evidente dunque che i fascisti sono null’altro che i servi fedeli di chi affama e si arricchisce.
Ma non solo su questo livello di violenza e repressione i nostri cari padroni possono contare. Essi si avvalgono anche di un livello ideologico garantitogli dalla produzione e dalla vendita di una merce chiamata cultura. In un momento di revisionismo come questo, gli assassini e gli uomini e le donne liberi che li hanno combattuti, vengono accomunati e considerati uguali. Non possiamo permettere che ciò accada, che la memoria si affievolisca fino a cancellarsi del tutto. Dobbiamo ricordare chi appartiene alla storia dell’umanità e chi a quella dell’ignominia. Vogliamo ribadire che non è possibile pretendere di dare ancora la libertà di esprimersi a chi rivendica leggi razziali, campi di sterminio, stupri, stragi di popolazioni inermi, camere a gas, torture, bombe e aggressioni. Questo è il fascismo, oggi come allora. Morte, oppressione, sfruttamento. Non chiedeteci di rispettarlo.
A questo vento reazionario e xenofobo non ci siamo piegati e continueremo a rispondere con ogni mezzo necessario a qualunque forma di razzismo e di oppressione. Disertiamo volentieri la crociata contro i più poveri che tanto il centro destra quanto il centro sinistra stanno organizzando, utilizzando i servi in camicia nera per colpire chi non è disposto ad abbassare la testa.
PER SEMPRE ANTIFASCISTI
EMILIANO LIBERO
NON UN PASSO INDIETRO
Non è stata una rissa, è stata un'aggressione fascista!
Ieri, all'ora di pranzo, davanti a tantissimi/e sdudenti e studentesse che uscivano dalla città universitaria si è consumata l'ennesima grave aggressione squadrista.
Organizzata e premedita da Forza Nuova tramite i suoi sgherri e uno dei capetti più noti a Roma e dintorni, responsabile della sezione di Piazza Vescovio.
Stavolta però, nonostante i tirapugni, le spranghe e i cacciavite usati hanno trovato la ferma risposta dei compagni e delle compagne aggredite che stavano ripulendo i muri de "La Sapienza" dai provocatori manifesti affissi dagli stessi topi di fogna il giorno prima.
Il loro capo-partito, l'euro-ripulito Roberto Fiore, ben assistito dagli organi di informazione e dalla polizia tenta di confondere le acque affermando che i "suoi" militanti sarebbero delle "vittime" dell'episodio.
Ma la verità la consociamo bene. E la conosce tutta Roma, città nella quale solo negli ultimi giorni si sono susseguite aggressioni da parte di ronde cittadine ai trans, devastazioni e botte sui migranti del Pigneto e pesanti intimidazioni omofobiche ad un conduttore radio gay ad opera di gruppi di neofascisti organizzati.
Forza Nuova e Fiamma Tricolore, insieme ad un nugolo di sigle neofasciste, vengono "coccolate" e aiutate finanziariamente da anni dai rispettivi referenti politici e ben tollerate dall'ultima amministrazione veltroniana, fatta di notti bianche e cuori neri.
Vogliamo esprimere la nostra solidarietà di studenti e studentesse, di compagni e di compagne a chi ieri ha subìto questo nuovo atto di violenza premeditata e a chi si troverà ad essere perseguito dalla giustizia in un'aula di tribunale per essersi difeso e aver contrastato efficacemente l'azione squadrista che avrebbe potuto avere altrimenti conseguenze ben più gravi.
Chi teorizza e pratica la discriminazione razziale, territoriale, sessuale e del "diverso" in genere non deve trovare spazio nella nostra società, si tratti di aule studio, strade, piazze o luoghi di lavoro.
Ricilando ancora una volta il revisionismo sulle foibe, pronto per l'uso in ogni occasione, Forza Nuova ha trovato ancora una volta la pubblicità che cercava dopo mesi di "lavoro sporco" nei confronti di immigrati e campi nomadi. L'aggressione di ieri è lampante ed è avvenuta alla luce del sole: se ne sono accorti anche quelli che non hanno mai voluto vedere quale clima di tensione è stato creato ad arte, alimentato sia a livello istituzionale che "culturale" sul tema della sicurezza.
Puntualmente, la manovalanza fascista sposta poi in strada quella che per loro è una vera e propria legittimazione a colpire chi lotta per uu'idea di società libera da ogni sorta di discriminazione e di ingiustizie sociali.
Stavolta però, hanno calcolato male la loro ardita impresa squadrista.
Siamo vicini ai nostri compagni e compagne de la Sapienza che hanno dato un segnale importante e messo un argine a questa dilagante ondata di violenze neofasciste.
Nelle nostre facoltà ci attiveremo da subito con le iniziative che riterremo più opportune.
Non un passo indietro!
28 maggio 2008
Collettivo "Lavori in Corso" - Roma - Tor Vergata
Collettivo Orientale - Napoli
Nucleo Studentesco Metropolitano - Napoli
Collettivo Politico di Scienze Politiche - Firenze
Collettivo Fuorilogo di Economia - Firenze
Collettivo 20 Luglio - Palermo
Martedì 20 maggio 4 compagni e compagne del Network Autorganizzato e del Nucleo Studentesco Metropolitano (Napoli) si sono visti recapitare un decreto penale di condanna a sei mesi di detenzione convertita in pena pecuniaria di 3520 euro ciascuno (per un totale di 14mila e 80 euro!).
Il provvedimento di condanna è motivato con la presunta violazione dell'art. 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), articolo che prevede una pena fino a sei mesi di detenzione (o la sua conversione in ammenda) per chiunque organizzi una riunione pubblica senza preavvisare le autorità di Pubblica Sicurezza. Secondo gli accusatori, le compagne e i compagni condannati avrebbero violato tale disposizione del TULPS in occasione del presidio che si tenne nel luglio scorso in via Scarlatti, organizzato dal movimento antifascista e antirazzista napoletano e grazie al quale si riuscì ad impedire lo svolgimento di un'iniziativa di Forza Nuova.
E' utile ricordare che il TULPS è del 1931, la norma in questione appartiene, dunque, a quelle numerose disposizioni legislative che ben rappresentano la continuità tra lo Stato fascista e
Al contrario, le norme fasciste sono quotidianamente fatte valere e applicate dallo Stato democratico, senza alcun imbarazzo, ogni qualvolta le autorità intendono perseguire finalità di repressione politica ai danni di compagni e lavoratori.
L'iter della contestazione (Art. 459 del Codice di procedura penale) è subdolo e sconcertante: d'ufficio si procede, infatti, ad infliggere una condanna (senza preoccuparsi di dare agli imputati alcuna possibilità di difendersi) ogni qual volta la pena sia pecuniaria o detentiva tramutabile in ammenda. E' necessario, per poter avere un "regolare" processo, preoccuparsi di presentare un ricorso entro dieci giorni; in caso di mancato ricorso si accetta di fatto la condanna. Appare evidente che l'intero procedimento miri a intimidire e demoralizzare la risposta politica dei compagni.
Al di là della forma procedurale, la questione che, a nostro avviso, merita maggiore attenzione è proprio il reato contestato. Distribuire volantini e parlare al megafono non è più permesso senza previa autorizzazione. Queste condanne sono, in breve, al contempo grottesche e allarmanti e meritano alcune considerazioni politiche.
Tanto per cominciare, esse chiariscono una volta per tutte come non sia possibile continuare a impostare le proprie riflessioni sulla repressione incentrandole unicamente sui soggetti di volta in volta repressi e sulla valutazione delle loro azioni, senza preoccuparsi di cogliere l'elemento politico che l'atto repressivo sta a rappresentare. Occorre, dunque, spostare l'asse del ragionamento sull'ineliminabilità e la presenza costante della repressione e su come essa venga diversamente applicata di volta in volta. Far partire un procedimento per un fatto che appare a tutti chiaramente come una pratica diffusa e consueta, ci dà chiaramente l'indice dell'asprezza dell'attacco repressivo che registriamo sia a livello europeo che, naturalmente, nazionale in questa fase.
E' chiaro che ormai l'attacco è diretto ai più semplici spazi di agibilità per ridurre al silenzio qualsiasi voce di dissenso. Per far fronte a questo attacco unilaterale è opportuno dotarsi di un'attrezzatura politica che occorre costruire con una riflessione, un dibattito e una pratica appropriati. In questi anni abbiamo, impotenti (e a volte indolenti), assistito alla sottrazione di conquiste che pensavamo acquisite (si pensi, per dirne una, all'occupazione dei treni per i cortei nazionali); ampi settori del movimento hanno, infatti, deciso di arretrare di fronte a questi attacchi, nella speranza che tale rinuncia potesse garantire spazi di agibilità. E' evidente ormai che questo ragionamento risulta essere fallimentare e che è opportuno invece non arretrare ma difendere le nostre lotte e la nostra stessa possibilità di fare politica in modo autonomo ed autorganizzato, comprendendo che la reazione non si arresta e non si accontenta dell'angolo in cui riesce a metterci ma che, con metodo, lavora all'annientamento del proprio antagonista e che dunque non è possibile nessuna forma di compromesso con essa.
Altro elemento che non possiamo non sottolineare è la scelta politica del bersaglio della reazione. Non è certamente casuale che il provvedimento di "condanna per decreto" arrivi al termine di un anno di mobilitazioni e lotte che hanno visto le compagne e i compagni impegnati quotidianamente contro la precarietà, per i diritti dei lavoratori e attivi sul terreno dell'antifascismo, dell'antirazzismo, dell'antisessismo, della solidarietà internazionalista, nonché interni al più vasto movimento contro la guerra e per i diritti sociali.
Sia il merito del provvedimento che la forma procedurale adottata, dunque, confermano la matrice squisitamente politica dell'attacco. Colpendo quattro compagni e compagne hanno inteso colpire un
insieme di percorsi di ricomposizione delle lotte, percorsi costruiti in piena autonomia dalle istituzioni e lontani da qualsivoglia compromesso con partiti e forze istituzionali.
Il messaggio che hanno voluto recapitare a tutti noi è il seguente: "perseverare nel fare politica in maniera realmente autonoma e autorganizzata è qualcosa che non conviene, perché in una maniera
o nell'altra troveremo il modo di farvela pagare sul piano personale, eventualmente anche scavando in ottant'anni di legislazione repressiva". Ma hanno fatto male i loro conti.
Siamo comunisti, e non ci lasceremo certo intimidire. Continueremo a sviluppare le nostre lotte e il nostro lavoro politico con una determinazione sempre maggiore e sempre in una direzione precisa, immodificabile: contro la classe dominante e i suoi servi, contro il fascismo, il razzismo e l'imperialismo; per l'autorganizzazione e l'emancipazione degli oppressi e degli sfruttati!
Ancora una volta siamo costretti a registrare un altro vile attacco da parte dei fascisti. Ancora una volta è la mano fascista a colpire ed uccidere.
Nicola non era politicamente impegnato, è morto per la sola “colpa” di essere “diverso”, di “arrischiarsi” a percorrere strade dove i fascisti la fanno da padroni.
L’episodio è stato subito classificato come “aggressione da parte di un branco di sbandati”, quando era chiara a tutti la matrice fascista dell’agguato. Sin da subito si è riconosciuto che gli aggressori fossero appartenenti al gruppo ben noto del Veneto Fronte Skinhead, gruppo che aggrega centinaia di militanti e che fa del centro storico di Verona una zona off-limits per chiunque non sia dei loro. Ma l’obiettivo è stato quello di depoliticizzare l’agguato, così, per i successivi tre giorni, giornali, televisioni e, su tutti, il questore e il sindaco (che ha inserito nella propria lista il leader del Fronte Veneto Skinhead) si sono prodigati in parole a favore degli aggressori, “vittime di una società sbandata e senza valori”, permettendo, intanto, a 2 dei 5 di rifugiarsi in Inghilterra sotto l’ala protettiva dell’ BNP (British National Party). Una terra cara e protettiva già per Fiore (noto stragista e tra i fondatori di Forza Nuova), che, grazie al lavoro svolto per i servizi segreti britannici, ha trovato in Inghilterra spazio di agibilità politica ed economica. Non è la prima volta, e non ci meraviglia, che i vari politicanti, giornalisti e sociologi, in caso di tali aggressioni, si affrettino a classificarle come scontro tra bande. Niente di più falso! I casi, negli ultimi tempi, sono numerosi e non riguardano solo Verona: l’omicidio di Davide “Dax” Cesare, avvenuto a Milano, quello di Renato Biagetti a Roma, ma anche l’aggressione del luglio scorso a Villa Ada a Roma, durante un concerto della Banda Bassotti, ad opera di un centinaio di fascisti, tutti rimasti impuniti per quei fatti, mentre tra i fermati dalle forze dell’ordine rientravano alcuni tra gli spettatori del concerto. Questi solo per citare i più noti. Sono quotidiane le aggressioni che non appaiono sui giornali, come nel caso di pochi giorni fa, di due ragazzi aggrediti a Ciampino mentre attaccavano dei manifesti o come possiamo vedere tutti i giorni, le scritte inneggianti al fascismo che ritroviamo a via Marina e in tutta la zona del centro storico.
Le varie violenze ai danni di immigrati, omosessuali o militanti comunisti, sempre più frequenti, che si sono susseguite in questi anni, hanno tutte un’unica matrice: quella fascista!
Non abbiamo mai accettato la sporca manovra di far passare tali episodi come semplici risse o con la logica degli opposti estremismi. Le considerazioni all’indomani delle tragedie si inseriscono perfettamente nel clima generale, costruito ad arte, di revisionismo storico, portato avanti da tutto l’arco istituzionale e non, con l’appoggio dei vari “storici” di turno (Giampaolo Pansa in primis). Pensiamo, invece, che le riposte concrete le dia la gente che scende in piazza e resiste a questi attacchi: come è successo al corteo di Ciampino, come è successo sabato al corteo di Verona.
In questo clima si inserisce l’attacco ai lavoratori, portato avanti dai governi di qualsiasi colore, attraverso i vari protocolli sul welfare e pacchetti sicurezza.
L’obiettivo dei governanti di turno, che non cambia con il cambiare del governo, è unico: reprimere e sfruttare i più deboli.
Da un lato il proclama elettorale mette in primo piano il problema della sicurezza innescando la caccia allo straniero e garantendo l’impunità a chi pratica logiche nazionaliste e xenofobe: ne è un esempio il recentissimo pacchetto sicurezza, perfettamente in continuità con il suo diretto precedente del governo di centro-sinistra, che rafforza la penalizzazione del reato di clandestinità (con pena fino a 4 anni), aumenta i tempi di permanenza nei lager CPT (fino a 18 mesi), delocalizza i poteri a sindaci e prefetti in materia di ordine pubblico e affida maggiori poteri alla Polizia Municipale. Dall’altro lato non mancano gli attacchi ai lavoratori, basti pensare alle ultime dichiarazioni della neoeletta presidentessa di Confindustria Mercegaglia, appoggiata da CGIL, CISL,UIL, che rivelano l’intento di proseguire nello smantellamento dei già deboli diritti del Contratto Collettivo Nazionale, tra l’altro già intaccati dal Protocollo del Welfare del centro-sinistra, puntando invece ai contratti tra l’azienda e i lavoratori, rendendo il rapporto sempre più ricattabile.
È assolutamente necessario rispondere a questi continui attacchi, siano essi portati avanti attraverso il braccio teso dei fascisti, siano essi frutto di leggi contro lavoratori e immigrati.
CONTRO CHI AFFAMA, CONTRO CHI LI SERVE
Il palazzo di nove piani della Federico II, di via Marina, nasceva in condivisione per i corsi di Giurisprudenza e di Lettere, perfettamente in linea con la tendenza universitaria per la quale gli studenti devono frequentare le sue aule per motivi onerosamente didattici, e senza alcun posto al suo interno che ne permetta l’aggregazione per socializzare contenuti ed esperienze. Non era prevista alcuna possibilità di fermarsi, ma niente è casuale: noi seguiamo, sosteniamo l’esame, ma non dobbiamo avere neanche il più misero spazio per studiare, per discutere o per mangiare.
5 anni fa, nel mese di novembre, gli studenti autorganizzati dell’università sono riusciti ad occupare un posto che da allora è dedicato alla condivisione di esperienze politiche comuni, e non solo: è l’A12, aula del II piano, che è stata e continua ad essere fulcro e punto di partenza di tutte le lotte che da allora si sono sviluppate all’interno dell’università.
In aula non c’è mai silenzio, non è una semplice aula studio come tutte le altre: si parla, si discute, ci si confronta. L’aula è vissuta da chi ne ha coscienza, da chi interagisce con le altre persone, senza parassitismi: studenti di lettere, giurisprudenza, ma anche di sociologia, economia, o anche dell’Orientale, collaborano alla gestione assieme al collettivo giurisprudenza e al collettivo lettere, e non si sono mai chiesti se questa aula sia di una facoltà o dell’altra. Quindi dov’è la contrapposizione?
Ogni anno si festeggia l’occupazione dell’aula proprio per sottolineare la necessità di avere un luogo a disposizione per il confronto e per portare avanti le attività che di questo spazio hanno davvero bisogno: quest’anno il giorno del “compleanno” dell’A12 lo abbiamo dedicato alla visione del documentario “Senza Tregua”, dedicato al partigiano Giovanni Pesce “comandante Visone”, poiché l’antifascismo è uno degli impegni e egli obiettivi di tutti coloro che vivono con coscienza quest’aula. Ma non è l’unico. L’assemblea con il giornalista cubano Andres Gomez, l’assemblea antisessista, e più recentemente la solidarietà alla lotta che è partita dagli operai della FIAT di Pomigliano proprio in questi giorni, sono solo esempi di attività che sono portate avanti quotidianamente, e che sono nate in A12.
Hanno maliziosamente affermato, nell’ormai “famoso” articolo, che non può entrare in A12 chi ha il giubbotto di pelle e gli stivali perché considerato fascista, o chi è cattolico in quanto tale: niente di più falso!
Rivendichiamo il diritto di non far entrare in A12 chi venga a provocarne gli occupanti, facendo il saluto romano, entrando in aula e urlando Sieg hail!, e chiunque voglia sfruttare l’aula (stranamente sempre sotto campagna elettorale) per fare gli interessi del proprio partito, come i rappresentanti, che fanno tutt’altro che rappresentare per davvero gli interessi degli studenti, usando l’università e noi studenti come trampolino di lancio per la loro carriera istituzionale. Con una lista come Confederazione prendono soldi da partiti e partitini, e li rastrellano anche all’università per iniziative ridicole che spacciano anche per culturali, come il calendario delle studentesse, per cui hanno ottenuto 5mila euro, o l’elezione di miss università, che è stata sovvenzionata con 3mila euro. Ricordiamo bene che Confederazione ha ottenuto dall’università 25mila euro solo nell’ultimo anno …cari studenti, questi sono proprio i vostri soldi, quelli che l’università non ha utilizzato per una mensa funzionante, per una biblioteca aggiornata, per altre borse di studio!
Se essere intolleranti significa rifiutare ogni sciacallaggio, e ogni parassitismo, noi e tutti gli studenti che condividono questa aula siamo molto fieri di essere intolleranti!
Ogni studente di ogni facoltà è il benvenuto in A12 per vivere e rivendicare l’esistenza di spazi occupati: spazi liberi dalla logica del profitto universitario, dalle istituzioni, dai rappresentanti, per rilanciare così un luogo di nascita delle
lotte autorganizzate degli studenti!
Nonostante i continui attacchi, nonostante il perenne ricatto del licenziamento, nonostante l’aumento delle ore lavorative, nonostante il proliferare di contratti a tempo determinato, la classe operaia dimostra in questi giorni, alla Fiat di Pomigliano, di essere ancora capace di battersi contro i padroni e contro i sindacati confederali ad essi venduti.
Dopo il brillante accordo chiuso da Cgil Cisl e Uil (noto col nome di Piano Marchionne), il novanta per cento degli operai dell’Alfa ha interrotto il proprio lavoro e sostenuto dei ridicoli corsi di perfezionamento. Al ritorno in fabbrica, 316 lavoratori hanno appreso che l’azienda aveva per loro in programma il trasferimento in un capannone situato a Nola. Oltre a sottolineare che più di una trentina di operai non entrano materialmente nel capannone, è da mettere in luce che i lavoratori trasferiti sono tutti sindacalizzati e combattivi. La volontà dell’azienda di esternalizzare e licenziare gli elementi che osano disturbare il proprio strapotere nei reparti è chiaro a tutti. A questi provvedimenti gli operai hanno risposto con degli scioperi (con adesioni anche del 90%) e dei picchetti, selvaggiamente caricati dalla polizia. Ma la lotta dei lavoratori di Pomigliano non si è arrestata e alla repressione si è saputo rispondere mettendo in piedi altre iniziative.
E’ oggi più che mai importante, dunque, estendere le reti di lotta e solidarietà tra chi studia e chi lavora, per fronteggiare un attacco padronale alle condizioni di vita di tutti noi.
Negli ultimi dieci anni, infatti, la percentuale di giovani che sono stati costretti a sottoscrivere un contratto a tempo determinato è aumentata del 10% circa mentre, contemporaneamente, il livello di tutela di chi lavora a tempo indeterminato tende sempre più a diminuire.
Da anni la Banca Centrale Europea (a nome del padronato a livello europeo) invoca a gran voce provvedimenti che aumentino le ore lavorative annue e i governi (di qualunque stato e di qualunque colore) varano, obbedienti, riforme in tal senso. Lo straordinario obbligatorio e l’aumento dell’età pensionabile sono evidentemente provvedimenti nati per accontentare i vari padroni. A questo si aggiunga la centralità che Confindustria riconosce ai contratti di secondo livello (contratti tra lavoratori e azienda) svilendo così le già blande garanzie sancite dai contratti collettivi nazionali frutto delle lotte dei lavoratori.
In questo quadro va inserita, dunque, la ragione degli omicidi sul lavoro che si verificano ogni giorno. Quei politici che, indignati, fanno a gara per occupare le prime panche delle chiese ai funerali di chi muore lavorando, sono gli stessi che approvano leggi che costringono a ritmi massacranti e disumani, ponendo le basi per i “tragici incidenti”.
Per questo invitiamo tutti a partecipare al corteo di Pomigliano del 1 maggio, esprimendo così la propria opposizione a questi disegni che affamano e uccidono. E’ opportuno mobilitarsi in prima persona per ridare contenuti e significati alla giornata internazionale dei lavoratori che qualcuno ha cercato, negli ultimi anni, di trasformare in una stupida carnevalata.
SEMPRE AL FIANCO DI CHI LOTTA
POTERE A CHI LAVORA
CORTEO DEL 1 MAGGIO A POMIGLIANO,
PIAZZALE "EX-VESUVIANA" ORE 10
Negli ultimi giorni, gli studenti di molte università italiane stanno scoprendo sulla propria pelle gli effetti della legge 270/2004, più famosa con il nome di riforma Moratti, ultimo tassello di un mosaico di riforme che si è costruito pian piano e che ha visto alternarsi vari governi che hanno operato in assoluta continuità tra loro. Occorre infatti risalire alla riforma dell'università del ministro Zecchino (centrosinistra) per notare i primi passi di una tendenza che si svilupperà fino ad oggi, passando appunto per la Moratti (centrodestra). Lo schieramento cambia, la tendenza rimane la stessa; le varie riforme hanno la stessa genesi perchè rispondono alle stesse esigenze, quella dell'Unione Europea di competere a livello internazionale attraverso la formazione della conoscenza.
Riforma Moratti e rimodulazione
La famigerata 270 introduce la cosiddetta rimodulazione, con cui i senati accademici dei vari atenei italiani si trovano a confrontarsi in questi mesi. Per quanto riguarda la Federico II di Napoli, la questione è stata posta in occasione di un Consiglio di facoltà di Lettere in cui gli studenti hanno impedito l'approvazione dei nuovi regolamenti didattici dei singoli corsi di laurea, modificati seguendo le direttive della 270, e in particolare dell'Allegato A.
Allegato A
Questo Allegato risponde alla legge 270 del